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martedì 28 febbraio 2012

LA CHIESETTA SULLO SPARTITRAFFICO (CronacaQui 21/2/2012)

Quando si mostra Milano a un amico, inevitabile come il tramonto capita l’istante in cui domanderà: «Perché è così moderna?». Lo avete condotto al Duomo mitragliando aneddoti e nozioni su ciascun palazzo medioevale trovato nel percorso. Vi siete spinti sino all’antico quartiere romano a scovare raffinate incisioni in latino sulle pietre. Eppure a un tratto lui vi guarderà come se steste barando, come se questa città di vestigie e monumenti fosse un papocchio di cartapesta messo su il giorno prima per non deluderlo, e comunque chiederà: «Sì, ma perché è così moderna?». Gli parlerete a ragion veduta di bombe, di ricostruzione post-bellica, ma rimarrà in entrambi un fastidioso sapore di mezza verità.
In effetti a Milano sembra esserci un astratto impulso di rinnovamento interiore, qualcosa di inspiegabile che sta al di fuori delle cronologie e dei manuali di storia e la rende tale. Un poderoso spirito d’avanzata che ingloba inesorabile i resti del passato o li svuota di autorità, elevando a unica città credibile quella del progresso, nel bene e nel male.
Soltanto un’opera in città gode del rispetto quasi ossequioso di quest’innato moto di cemento e avanguardie, ed è una chiesetta incastrata nello spartitraffico di via Lorenteggio. Si chiama Oratorio di San Protaso.


Avvistandone l’abside in bicicletta mi era parso un deposito ANAS da vecchia strada statale. Fu edificato nel secolo XII quando intorno c’era la campagna, poi l’espansione di Milano arrivò a stritolarlo tra le due inquinatissime corsie.
Adesso penserete come si fa a sostenere che proprio questo antico mausoleo confinato in un marciapiede sia stato risparmiato dalla valanga urbana. Vi domanderete dove sta l’armonia tra la religiosità di San Protaso e l’asfalto che lo circonda. La spiegazione è semplice: a Milano c’è il culto dello spartitraffico.

ITINERARI NELLA CITTÀ INVISIBILE (CronacaQui 14/2/2012)

Ci sono percorsi sconosciuti alle mappe, che non collegano quartieri o circonvallazioni, ma l’altalena degli stati d’animo di un abitante. Non sono fatti di marciapiedi e linee del tram, bensì di ricordi, pentimenti e desideri futuri. Così, a Milano, si sovrappongono tre milioni di invisibili itinerari sentimentali. In segreto, la notte tornando a casa, il giovane innamorato sosta alla base dell’antenna RAI di Corso Sempione a giurarle che avrà cura della sua ragazza, perché è convinto che il grosso traliccio tutto sorvegli da lassù e punisca i traditori via radio ovunque si infrattino. L’immigrato nostalgico contempla i binari dal ponte della Stazione Garibaldi, pensando che quei ferri uniscono il mondo e arrivano pure fino a casa sua. Per ciascuno di noi ogni emozione è un punto nella città reale, come le fermate del metrò.
Chiunque sulle strade di Milano avrà notato passeggiare una categoria di anziani solitari, senza meta apparente. Si crede che ammazzino il tempo fino all’ora di cena. Forse invece è il loro quotidiano viaggio nell’impalbabile metropoli delle passioni. Quando spiano le opere di un cantiere dal buco di una lamiera, è come se sospettosi origliassero di nascosto un dialogo fra la moglie e un’amica, in attesa di carpire la confidenza che gli faccia bene o male al cuore. Un nuovo centro commerciale oltre le ruspe, potrebbe infatti ferire la sensazione ispirata da quel posto: la felicità per la nascita di un nipote, le memorie d’infanzia.
Una volta un vecchio l’ho visto seduto ai tavoli esterni di un’osteria chiusa da anni, vicino al Lorenteggio. Guardava i giganteschi edifici sullo sfondo. Nell’ex locanda si immaginava bambino, era il principio della sua esistenza, ma nei moderni fabbricati oltre il piazzale, così fuori dalla sua epoca, sentiva la fine. Lo scenario fra i due luoghi lo associava quindi al tempo trascorso in questa terra: c’erano asfalto, arbusti secchi e pozzanghere. Eppure credeva di aver passato una vita migliore.